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Storia e Archeologia del territorio
 «Nei tempi dei tempi una vecchietta, vedendo distrutta dalla guerra o dal terremoto la sua grande città posta sul versante sinistro del Sente alla confluenza col Trigno, e tenendo nella mano sinistra una pignatta colma di carboni accesi e nella destra la mano del nipotino, unico parente rimastole dopo la triste ora detta rovina della sua casa, con il fagotto dei suoi rozzi panni sul tremolante capo, s'incamminò un giorno verso la cima del monte... Contenti del luogo molto vicino al cielo...cominciarono a costruirsi una casetta... Dopo sì pesante lavoro per essi, la vecchietta ravvivò il fuoco, si sedette su un sasso nell'interno del ricetto vicino alla porta e, cantando a bassa voce una nenia popolare del tempo suo giovanile, cominciò a rattoppare i calzoncini sdruciti del nipotino, mentre il fanciullo, fuori la porta, cantava con voce angelica un inno al sole e al monte e al bosco e agli uccelli. Quel canto celestiale attrasse sull'alta montagna alcuni pastori che pascolavano il gregge nelle valli circostanti. Innamorati anch'essi del bel luogo, posero le loro mandre e loro abitazioni accanto al tugurio della vecchietta. Qua sul monte boscoso rimasero anche i loro discendenti; qui il numero delle casette aumentò continuamente; qui si moltiplicarono le famiglie per secoli»

La leggenda, riportata in un dattiloscritto del 1943 di Domenico Cimili, astrae con l'ingenuità e la vaghezza della tradizione popolare una verità che i dati archeologici sembrano confermare: la 'grande città', ricondotta nella realtà storica, appare come un importante insediamento nel basso versante sinistro del Trigno, sviluppatesi nell'antichità nei pressi dell'incrocio tra la direttrice valliva e quella che da Trivento fino a qualche decennio orsono raggiungeva Schiavi. Il percorso che dal Trigno risaliva la montagna era costellato di rilevanti presenze abitative, la cui storia è ancora da definire. Come una sorta di spina dorsale del territorio, l'antica mulattiera si inerpicava diramandosi verso altri insediamenti, dei quali rimangono ancora significative persistenze nelle frazioni: il tutto delinea l'immagine di una presenza umana raggruppata in piccoli nuclei collegati alla 'spina dorsale' a formare una sorta di costellazione. La piana di San Silvestro sembra essere il sito della 'grande città', un luogo dove la presenza umana è attestata sin dal neolitico, ma che conosce il momento di maggior sviluppo nella prima età imperiale. Resta difficile, come nei casi di seguito ricordati, stabilire l'eventuale presenza e la consistenza di un insediamento altomedievale, anche se numerosi elementi, tra i quali una colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata in una costruzione in loc. Taverna, spingono ad ipotizzarvi l'esistenza di almeno una chiesa, probabilmente dedicata a San Silvestro. La complessità delle presenze nella Piana di San Silvestro sembra essere il denominatore comune degli altri siti archeologici nel territorio di Schiavi. Numerosi interrogativi restano aperti riguardo ad insediamenti come quelli riscontrati a Badia e in località Torre: è possibile che questi siti, dopo una florida fase antica siano stati abbandonati per essere rioccupati solo nel XIII secolo? Sulla base di quanto l'archeologia è riuscita a definire sul piano della cultura materiale sembrerebbe proprio di si, ma permangono seri dubbi, derivanti sia dal fatto che le produzioni ceramiche altomedievali sono poco riconoscibili, sia dalla probabilità che allora si usassero oggetti di legno, dei quali rimane in genere assolutamente nulla. Sporadiche testimonianze del neolitico sono state riscontrate nella Piana di San Silvestro e forse Colle Casacco, mentre per la tarda età del bronzo bisogna salire di quota, nei pressi di Badia, alle pendici di Monte Pizzuto (1290 m.), sulla cui sommità è stata identificata una consistente presenza del bronzo finale. Forse, ma il dato necessita di un maggiore approfondimento, nello stesso periodo sono da inquadrare alcuni frammenti di forme vascolari rinvenuti sul rilievo conosciuto localmente con il nome dì Montagna del Principe (1253-1268 m.). La fine dell'età del bronzo - prima età del ferro, precisamente, è rappresentata da alcune sepolture rinvenute a sud-est dell'area archeologica dei 'Templi italici', dove sono attestate anche presenze di età repubblicana e primo imperiale (almeno fino al II sec. d.C.). Sembrerebbe, quindi, che tra il X ed il IX sec. a.C., la popolazione locale si sia spostata dalle sommità dei rilievi nei terrazzi naturali lungo le pendici, iniziando l'insediamento in quel sito che forse da questo periodo, se non da prima, inizia a svolgere una funzione sacrale incentrata su una sorgente naturale. Ad ogni modo, quel che è certo è che nel sito c'era un insediamento sin dalla prima età del ferro, che probabilmente continuò ad esistere ingrandendosi a cominciare dal III sec. a.C, quando l'area sacra si arricchì di una serie di strutture monumentali in pietra, tra le quali primeggiava il cosiddetto 'Tempio maggiore'. Dal IV sec. a.C. l'area si organizzò secondo il sistema che è stato definito 'paganico-vicano', una sorta di distretto (pagus) in cui gli insediamenti, di piccole dimensioni, facevano riferimento ad un santuario che assolveva, accanto alla funzione religiosa, quelle amministrativa ed economica.
In località Torre, quindi, si formò un vicus, un capoluogo di distretto che, a partire almeno da III sec. a.C. traeva benefici dalle funzioni svolte dal santuario. A sua volta il pagus, come gli altri pagi del Sannio Pentro, faceva riferimento ad un santuario di Stato, identificato con quello ubicato nei pressi dell'attuale Pietrabbondante. Quest'ultimo fu abbandonato all'indomani della Guerra sociale (91-89 a.C.), probabilmente per il forte ruolo ideologico e politico svolto contro Roma, mentre le strutture sacre in località Torre continuarono a funzionare, seppur con importanza sempre minore, fino al VI secolo, forse assumendo i contenuti e le forme della religione cristiana. Con l'acquisizione della cittadinanza romana all'indomani della Guerra sociale, l'area fu riorganizzata dal potere centrale secondo il modello del municipium, il cui capoluogo fu fissato nella città di Terventum, a sua volta compreso nella Regio IV (Sabina et Samnium) ed ascritto alla tribù Voltinia. In tale contesto l'organizzazione del territorio non subì grandi variazioni, anzi molti insediamenti ricevettero un nuovo impulso, come dimostrano le numerose testimonianze presenti nella Piana di San Silvestro, nelle località Torre e Canale, a Badia, a Taverna, a Cannavina, a Casali. Proprio da Casali e da Cannavina provengono due epìgrafi che hanno permesso dì ascrivere il territorio di Schiavi e dei paesi limitrofi sotto la competenza amministrativa di Terventum': un ulteriore tassello che aiuta a definire gli ambiti territoriali municipali dell'area medìoadriatica come sostanzialmente coincidenti con i confini storici delle diocesi. Dall'analisi delle altre testimonianze epigrafiche, è possibile per grandi linee ricostruire un quadro storico in cui molti personaggi residenti nel territorio attuale di Schiavi svolsero un ruolo di primaria importanza in ambito municipale. La distribuzione degli insediamenti nell'antichità, quindi, non differisce di molto rispetto a quella odierna: fanno eccezione la Piana di San Silvestro e località Torre, attualmente disabitate. Le testimonianze archeologi e he riconoscibili sembrano arrivare fino al VI secolo d. C., per riprendere nel XIII secolo: fa eccezione la colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata all'esterno di un'abitazione a Taverna, che la tradizione fa provenire dalla Piana di San Silvestro. Se le fonti materiali tacciono, quelle documentarie contengono alcuni dati importanti per la definizione del quadro territoriale nel medioevo. Il territorio risenti fortemente della sua posizione, soprattutto dei drammatici conflitti che in genere hanno animato e prostrato le zone di confine: infatti, dopo la conquista franca dell'Abruzzo costiero a Sud del fiume Pescara a cavallo tra l'VIII ed il IX secolo, l'area rimase all'interno del ducato di Benevento, immediatamente alle spalle del confine con il ducato di Spoleto, fissato ricalcando i limiti territoriali della diocesi dì Trivento. Qui, lungo il Trigno, fu bloccata l'avanzata verso Benevento dell'esercito franco agli inizi del IX secolo. Trivento fu poi assediata intorno alla metà del IX secolo dal duca beneventano Adelchì, nell'ambito di una serie di ribellioni che accompagnarono prima e dopo la divisione del principato tra Salerno e Benevento, termalmente sancita nell'849. La situazione divenne calda di nuovo nella seconda metà del X secolo, quando Trivento rivendicò, ottenendola, l'autonomia religiosa e politica, divenendo sede episcopale e di contea. La riorganizzazione del principato a favore delle istanze autonomisti-che locali fu una conseguenza anche della serie di minacce esterne, che per l'area in questione fu rappresentata dai Borrello, originari di Pietrabbondante. Tra le conseguenze del conflitto tra i conti di Trivento e i Borrello vanno annoverati almeno quattro fenomeni: 1) II saccheggio del territorio: nel 1001 la chiesa dì San Silvestro ricevette una donazione fondiaria da Mainerio conte di Trivento per riparare i danni causati dalla guerra; 2) II probabile utilizzo di mercenari slavi: i documenti che menzionano Schiavi risalgono proprio a quest'epoca, quando in diverse zone dell'Italia meridionale si ricorse ai mercenari slavi per far fronte al continuo stato di conflitto; 3) L'incastellamento: nascono insediamenti accentrati come, ad esempio, Calcasaccum, menzionato per la prima volta nel 1077 e ubicato sulla sommità di Colle Casacco. Oltre alla funzione difensiva e di controllo territoriale, l'incastellamento assunse un ruolo fondamentale nella riorganizzazione dello sfruttamento agricolo del territorio. 4) La nascita di monasteri: come Santa Maria in Valle Rotana, Santa Maria della Noce presso Belmonte, San Salvatore nel territorio di Castiglione. I ruderi di Santa Maria si trovano nei pressi di Badia: da essi proviene l'iscrizione murata all'esterno della chiesa della Madonna delle Grazie, che menziona un restauro finanziato da Oderisio de Sangro nel 1257. La successiva conquista normanna trasformò di nuovo l'area in uno dei teatri delle operazioni belliche che si ripresentarono all'indomani della morte di Federico II, quando i Borrello/de Sangro, signori dell'area, si schierarono dalla parte del Papa: proprio a quest'epoca, per la precisione dal XIII secolo, risalgono le testimonianze sicure di insediamenti a Colle Casacco, a Badia, nelle località Torre e San Giovanni. Se le fonti menzionano con certezza l'esistenza di Calcasaccum e di Santa Maria In valle Rotana dall'XI secolo, significa che molto,probabilmente non siamo ancora in grado di leggere i segni della cultura materiale dell'epoca o per ignoranza o perché i 'reperti' non sono giunti sono a noi in quanto di materiale deperibile. Calcasaccum fu abbandonato nel corso del XV secolo13 ed il suo tenimentum confluì in quello schiavese, costituendone l'attuale assetto amministrativo-territoriale. La leggenda della vecchietta e del nipotino appare alla fine sotto una luce nuova, come una sorta di allegoria che condensa nelle forme dell'ingenua fantasia una storia che ha avuto e che ha tuttora la sua spina dorsale nel percorso fondovalle-montagna che attraversa il territorio di Schiavi. |