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Ambiente e Natura
 L’estremità sudorientale dell'Abruzzo costituisce senz'altro una delle zone meno note della regione eppure, scendendo da Schiavi verso Taverna, nei pressi di Colle della Torre, sede dell'area sacra, ci si trova a ridosso della vallata del Sente prossima a confluire in quella più ampia e imponente del Trigno. Da qui è possibile ammirare un delizioso alternarsi di dolci pendii erbosi, sormontati dagli aspri bastioni montani dell'alto Molise. Protetta dalle solitàrie vette dei Monti dei Frentani, tra le quali spiccano il Monte Pizzuto e il Colle San Silvestre, la zona, nella sua asprezza, sembra fare da contraltare alle verdi ed ordinate colline che si stagliano proprio di fronte. Agli albori della primavera, il caldo marrone che ancora domina in questa zona, il bruno colore della terra, lo spesso manto erboso, popolato dai pungenti cardi selvatici, danno vita ad un miscuglio di caldi toni tardo autunnali tipici del bosco misto. L'apparente omogeneità cromatica del paesaggio si spezza all'incontro con le sfuggenti tinte di colore delle carnose bacche di rosa canina, delle drupe di prugnolo, delle delicate fluorescenze del biancospino, delle coraggiose primule e dei tenaci grappoli di vischio quercino.Verdi macchie di elleboro fetido si alternano a quelle multicolori dei licheni thè, rivestendo cortecce e rocce, creano strane sfumature, degne dei più abili paesaggisti. A questi timidi segnali di primavera fa da contrasto il verde luminoso e intenso dei coltivi situati sulle colline molisane che, da lontano, sembrano quasi voler sollecitare una natura che qui, più lentamente, tenta il faticoso risveglio. Più in alto, in un'eterna competizione, si ergono intrepide le robuste conifere, che, con il loro verde intenso sono testimonianza del coraggioso passaggio stagionale attraverso i rigori dell'inverno e dell'epocale e strenua opera dell'uomo impegnato a ricreare il bosco nei coltivi abbandonati. Eppure, ad un occhio più attento, non può sfuggire l'enorme ricchezza di vita che tanto da! punto di vista vegetazionale quanto faunistico, caratterizza questa zona. Questa particolari-tà è in parte dovuta al fatto che si tratta di una 'vegetazione climax', attuale stadio evolutivo di un susseguirsi di comunità vegetali che hanno occupato, in perenne competizione, la stessa area, nell'infaticato, costante, progressivo tentativo di conquistare sempre nuovi spazi vitali. La popolazione di alberi caratterizzante la zona (querce, cerri, roverelle, carpini), impegnata in una lenta avanzata verso le zone aperte, in passato destinate ai coltivi, sembra procedere dando il passo alle coraggiose 'pioniere' (ginestre, rose canine, biancospini, rovi, ginepri, sanguinelle e prugnoli) che, più resistenti e meno esigenti, aprono la strada al bosco più a monte. La grande varietà di graminacee presenti (coda di topo, ghignala, festuca, erba marzolina) è un ulteriore prova del trascorso utilizzo agricolo dell'area. Il susseguirsi di diversi ecosistemi: bosco, arbusteto, prato aperto, testimonia uno spiccato e vitale livello di biodiversità rilevabile soprattutto nelle zone di confine, dove la competizione biologica più intensa, favorisce l'incrocio e la mescolanza di specie diverse.
La ricchezza a livello vegetativo permette una eguale ed altrettanto affascinante varietà faunistica. La cupola non folta che gli alberi presenti formano, gli ampi spazi non ancora conquistati dal bosco fitto e più ombroso, consentono a una grande quantità di luce di raggiungere il suolo. Intanto le tenere foglie di querce e roverelle marciscono in fretta dopo essere cadute, formando ben presto un humus soffice e ricco. Queste condizioni consentono la vita di una grande abbondanza di ulteriori specie di piccoli alberi o arbusti (frassini, noccioli, cornioli) e la crescita di molte piante erbacee (primule, viole, trifogli, ginestrini). Una tale varietà garantisce a molti animali ed insetti la possibilità di trovare cibo e rifugio. Le ghiande sono cibo per colombacci, cornacchie, scoiatto/i e cinghiali. Gli uccelli più piccoli che, insieme a piccoli rettili e roditori costituiscono il cibo per poiane, nibbi bruni, sparvieri e gufi scovano insetti e larve nascosti nelle profonde fenditure della corteccia delle querce e delle roverelle o, come è frequente, nelle più o meno grosse galle di neurottero, dette, talvolta, 'mele di quercia'. Il calar della sera è il momento migliore per abili cacciatrici come volpi, donnole e faine. Per quelli che, affascinati dalla varietà di questa zona, volessero farne esperienza dati alla mano, è possibile cogliere la fitta rete di relazioni caratterizzante questo ecosistema, attraverso una ricerca sul campo mediante l'applicazione di un metodo quantitativo d'indagine, utile strumento per comprendere il concetto di diversità biologica. Questa modalità di rilevamento (Sequential Comparison Index -S.C.I.J, o indice di confronto sequenziale, Cairns 1971) permette anche a chi non sia esperto di biologia e/o di botanica di ottenere risultati interessanti, confrontando ambienti diversi con la possibilità di valutare quanto la pressione antropica possa influire sulla biodiversità di una zona. Il metodo si basa sull'analisi di una striscia di terreno (transetto) scelta in ambienti visibilmente diversi, presenti nella zona d'indagine: prato, bosco, radura, zone a confine fra ecosistemi diversi (boscoradura, pratosentiero...) dette ecotoni. Dopo aver individuato la zona d'interesse e disteso una striscia bicolore del tipo usato in edilizia, iniziare a prelevare parte delle piantine corrispondenti ad ogni colore, avendo cura di riporle in una busta di carta. Bisognerà raggiungere il numero di 250 campionamenti, al fine di garantire un risultato più attendibile. Al contempo, ad ogni prelievo si registra la diversità o uguaglianza della specie raccolta, rispetto a quella immediatamente precedente, attraverso la valutazone della forma, del colore, della dimensione, ricorrendo unicamente a due segni convenzionali del tipoXeO. Terminata la raccolta e dopo aver selezionato le specie, eliminando i doppioni, bisognerà procedere al conteggio delle varietà (taxa) rimaste. A questo punto si rileva il numero dei cambiamenti di segno verifìcatesi, tutte le volte cioè in cui c'è stato il passaggio della X allo O e/o viceversa. Otterremo in questo modo il numero dei cambi. Per ottenere l'indice di biodiversità, si utilizza la seguente formula: Numero dei cambi/Numero dei campionamenti (250) X Numero dei taxa. La scelta di ecosistemi diversi potrebbe favorire il confronto fra i vari indici ottenuti. Si potrà osservare, per esempio, che una zona sottoposta a calpestio, avrà un indice inferiore rispetto a quella di un prato, in quanto la diversità, nella prima, è limitata alle specie resistenti al logorio. Interessanti potranno essere i risultati relativi alle zone di confine tra diversi ecosistemi (ecotoni), l'alto indice di biodiversità ottenuto trova risposta nel comportamento delle piante che vivono nella continua lotta per potersi conquistare sempre nuovi spazi vitali.
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