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Schiavi d'Abruzzo

Storia e Archeologia del Territorio
«Nei tempi dei tempi una vecchietta, vedendo distrutta dalla guerra o dal terremoto la sua grande città posta sul versante sinistro del Sente alla confluenza col Trigno, e tenendo nella mano sinistra una pignatta colma di carboni accesi e nella destra la mano del nipotino, unico parente rimastole dopo la triste ora detta rovina della sua casa, con il fagotto dei suoi rozzi panni sul tremolante capo, s'incamminò un giorno verso la cima del monte... Contenti del luogo molto vicino al cielo...cominciarono a costruirsi una casetta... Dopo sì pesante lavoro per essi, la vecchietta ravvivò il fuoco, si sedette su un sasso nell'interno del ricetto vicino alla porta e, cantando a bassa voce una nenia popolare del tempo suo giovanile, cominciò a rattoppare i calzoncini sdruciti del nipotino, mentre il fanciullo, fuori la porta, cantava con voce angelica un inno al sole e al monte e al bosco e agli uccelli. Quel canto celestiale attrasse sull'alta montagna alcuni pastori che pascolavano il gregge nelle valli circostanti. Innamorati anch'essi del bel luogo, posero le loro mandre e loro abitazioni accanto al tugurio della vecchietta. Qua sul monte boscoso rimasero anche i loro discendenti; qui il numero delle casette aumentò continuamente; qui si moltiplicarono le famiglie per secoli»

La leggenda, riportata in un dattiloscritto del 1943 di Domenico Cimili, astrae con l'ingenuità e la vaghezza della tradizione popolare una verità che i dati archeologici sembrano confermare: la "grande città", ricondotta nella realtà storica, appare come un importante insediamento nel basso versante sinistro del Trigno, sviluppatesi nell'antichità nei pressi dell'incrocio tra la direttrice valliva e quella che da Trivento fino a qualche decennio orsono raggiungeva Schiavi. Il percorso che dal Trigno risaliva la montagna era costellato di rilevanti presenze abitative, la cui storia è ancora da definire. Come una sorta di spina dorsale del territorio, l'antica mulattiera si inerpicava diramandosi verso altri insediamenti, dei quali rimangono ancora significative persistenze nelle frazioni: il tutto delinea l'immagine di una presenza umana raggruppata in piccoli nuclei collegati alla "spina dorsale" a formare una sorta di costellazione. La piana di San Silvestro sembra essere il sito della "grande città", un luogo dove la presenza umana è attestata sin dal neolitico, ma che conosce il momento di maggior sviluppo nella prima età imperiale. Resta difficile, come nei casi di seguito ricordati, stabilire l'eventuale presenza e la consistenza di un insediamento altomedievale, anche se numerosi elementi, tra i quali una colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata in una costruzione in loc. Taverna, spingono ad ipotizzarvi l'esistenza di almeno una chiesa, probabilmente dedicata a San Silvestro. La complessità delle presenze nella Piana di San Silvestro sembra essere il denominatore comune degli altri siti archeologici nel territorio di Schiavi. Numerosi interrogativi restano aperti riguardo ad insediamenti come quelli riscontrati a Badia e in località Torre: è possibile che questi siti, dopo una florida fase antica siano stati abbandonati per essere rioccupati solo nel XIII secolo? Sulla base di quanto l'archeologia è riuscita a definire sul piano della cultura materiale sembrerebbe proprio di si, ma permangono seri dubbi, derivanti sia dal fatto che le produzioni ceramiche altomedievali sono poco riconoscibili, sia dalla probabilità che allora si usassero oggetti di legno, dei quali rimane in genere assolutamente nulla. Sporadiche testimonianze del neolitico sono state riscontrate nella Piana di San Silvestro e forse Colle Casacco, mentre per la tarda età del bronzo bisogna salire di quota, nei pressi di Badia, alle pendici di Monte Pizzuto (1290 m.), sulla cui sommità è stata identificata una consistente presenza del bronzo finale. Forse, ma il dato necessita di un maggiore approfondimento, nello stesso periodo sono da inquadrare alcuni frammenti di forme vascolari rinvenuti sul rilievo conosciuto localmente con il nome dì Montagna del Principe (1253-1268 m.). La fine dell'età del bronzo - prima età del ferro, precisamente, è rappresentata da alcune sepolture rinvenute a sud-est dell'area archeologica dei "Templi italici", dove sono attestate anche presenze di età repubblicana e primo imperiale (almeno fino al II sec. d.C.). Sembrerebbe, quindi, che tra il X ed il IX sec. a.C., la popolazione locale si sia spostata dalle sommità dei rilievi nei terrazzi naturali lungo le pendici, iniziando l'insediamento in quel sito che forse da questo periodo, se non da prima, inizia a svolgere una funzione sacrale incentrata su una sorgente naturale. Ad ogni modo, quel che è certo è che nel sito c'era un insediamento sin dalla prima età del ferro, che probabilmente continuò ad esistere ingrandendosi a cominciare dal III sec. a.C, quando l'area sacra si arricchì di una serie di strutture monumentali in pietra, tra le quali primeggiava il cosiddetto "Tempio maggiore". Dal IV sec. a.C. l'area si organizzò secondo il sistema che è stato definito "paganico-vicano", una sorta di distretto (pagus) in cui gli insediamenti, di piccole dimensioni, facevano riferimento ad un santuario che assolveva, accanto alla funzione religiosa, quelle amministrativa ed economica. In località Torre, quindi, si formò un vicus, un capoluogo di distretto che, a partire almeno da III sec. a.C. traeva benefici dalle funzioni svolte dal santuario. A sua volta il pagus, come gli altri pagi del Sannio Pentro, faceva riferimento ad un santuario di Stato, identificato con quello ubicato nei pressi dell'attuale Pietrabbondante. Quest'ultimo fu abbandonato all'indomani della Guerra sociale (91-89 a.C.), probabilmente per il forte ruolo ideologico e politico svolto contro Roma, mentre le strutture sacre in località Torre continuarono a funzionare, seppur con importanza sempre minore, fino al VI secolo, forse assumendo i contenuti e le forme della religione cristiana. Con l'acquisizione della cittadinanza romana all'indomani della Guerra sociale, l'area fu riorganizzata dal potere centrale secondo il modello del municipium, il cui capoluogo fu fissato nella città di Terventum, a sua volta compreso nella Regio IV (Sabina et Samnium) ed ascritto alla tribù Voltinia. In tale contesto l'organizzazione del territorio non subì grandi variazioni, anzi molti insediamenti ricevettero un nuovo impulso, come dimostrano le numerose testimonianze presenti nella Piana di San Silvestro, nelle località Torre e Canale, a Badia, a Taverna, a Cannavina, a Casali. Proprio da Casali e da Cannavina provengono due epìgrafi che hanno permesso dì ascrivere il territorio di Schiavi e dei paesi limitrofi sotto la competenza amministrativa di Terventum": un ulteriore tassello che aiuta a definire gli ambiti territoriali municipali dell'area medioadriatica come sostanzialmente coincidenti con i confini storici delle diocesi. Dall'analisi delle altre testimonianze epigrafiche, è possibile per grandi linee ricostruire un quadro storico in cui molti personaggi residenti nel territorio attuale di Schiavi svolsero un ruolo di primaria importanza in ambito municipale. La distribuzione degli insediamenti nell'antichità, quindi, non differisce di molto rispetto a quella odierna: fanno eccezione la Piana di San Silvestro e località Torre, attualmente disabitate. Le testimonianze archeologi e he riconoscibili sembrano arrivare fino al VI secolo d. C., per riprendere nel XIII secolo: fa eccezione la colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata all'esterno di un'abitazione a Taverna, che la tradizione fa provenire dalla Piana di San Silvestro. Se le fonti materiali tacciono, quelle documentarie contengono alcuni dati importanti per la definizione del quadro territoriale nel medioevo. Il territorio risenti fortemente della sua posizione, soprattutto dei drammatici conflitti che in genere hanno animato e prostrato le zone di confine: infatti, dopo la conquista franca dell'Abruzzo costiero a Sud del fiume Pescara a cavallo tra l'VIII ed il IX secolo, l'area rimase all'interno del ducato di Benevento, immediatamente alle spalle del confine con il ducato di Spoleto, fissato ricalcando i limiti territoriali della diocesi dì Trivento. Qui, lungo il Trigno, fu bloccata l'avanzata verso Benevento dell'esercito franco agli inizi del IX secolo. Trivento fu poi assediata intorno alla metà del IX secolo dal duca beneventano Adelchi, nell'ambito di una serie di ribellioni che accompagnarono prima e dopo la divisione del principato tra Salerno e Benevento, termalmente sancita nell'849. La situazione divenne calda di nuovo nella seconda metà del X secolo, quando Trivento rivendicò, ottenendola, l'autonomia religiosa e politica, divenendo sede episcopale e di contea. La riorganizzazione del principato a favore delle istanze autonomisti-che locali fu una conseguenza anche della serie di minacce esterne, che per l'area in questione fu rappresentata dai Borrello, originari di Pietrabbondante. Tra le conseguenze del conflitto tra i conti di Trivento e i Borrello vanno annoverati almeno quattro fenomeni:
1) II saccheggio del territorio: nel 1001 la chiesa dì San Silvestro ricevette una donazione fondiaria da Mainerio conte di Trivento per riparare i danni causati dalla guerra;
2) II probabile utilizzo di mercenari slavi: i documenti che menzionano Schiavi risalgono proprio a quest'epoca, quando in diverse zone dell'Italia meridionale si ricorse ai mercenari slavi per far fronte al continuo stato di conflitto;
3) L'incastellamento: nascono insediamenti accentrati come, ad esempio, Calcasaccum, menzionato per la prima volta nel 1077 e ubicato sulla sommità di Colle Casacco. Oltre alla funzione difensiva e di controllo territoriale, l'incastellamento assunse un ruolo fondamentale nella riorganizzazione dello sfruttamento agricolo del territorio.
4) La nascita di monasteri: come Santa Maria in Valle Rotana, Santa Maria della Noce presso Belmonte, San Salvatore nel territorio di Castiglione. I ruderi di Santa Maria si trovano nei pressi di Badia: da essi proviene l'iscrizione murata all'esterno della chiesa della Madonna delle Grazie, che menziona un restauro finanziato da Oderisio de Sangro nel 1257. La successiva conquista normanna trasformò di nuovo l'area in uno dei teatri delle operazioni belliche che si ripresentarono all'indomani della morte di Federico II, quando i Borrello/de Sangro, signori dell'area, si schierarono dalla parte del Papa: proprio a quest'epoca, per la precisione dal XIII secolo, risalgono le testimonianze sicure di insediamenti a Colle Casacco, a Badia, nelle località Torre e San Giovanni. Se le fonti menzionano con certezza l'esistenza di Calcasaccum e di Santa Maria In valle Rotana dall'XI secolo, significa che molto,probabilmente non siamo ancora in grado di leggere i segni della cultura materiale dell'epoca o per ignoranza o perché i "reperti" non sono giunti sono a noi in quanto di materiale deperibile. Calcasaccum fu abbandonato nel corso del XV secolo13 ed il suo tenimentum confluì in quello schiavese, costituendone l'attuale assetto amministrativo-territoriale. La leggenda della vecchietta e del nipotino appare alla fine sotto una luce nuova, come una sorta di allegoria che condensa nelle forme dell'ingenua fantasia una storia che ha avuto e che ha tuttora la sua spina dorsale nel percorso fondovalle-montagna che attraversa il territorio di Schiavi.

Il Tempio Maggiore
Tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C., al centro dell'area sacra che venne pavimentata con lastre rettangolari di arenaria grigia poste longitudinalmente, venne eretto il tempio "maggiore", architettonicamente riconducibile alla tipologia etrusco-italica, che si caratterizza per l'alto podio, l'accesso frontale, il pronao e la cella unica. Del tempio rimane il podio in pietra calcarea locale, di m. 21 di lunghezza, di m. 11 di larghezza e di m. 1,79 di altezza, nella parte anteriore del quale è incassata tra due ali la scalinata; nelle lastre di pavimentazione del pronao sono ben visibili i segni della lavorazione per l'imposta delle colonne: quattro sulla fronte e due in corrispondenza delle pareti laterali della cella (ante). La cella, quasi quadrata, misurava m.7,33 di larghezza x m. 6,73 di profondità. Le colonne, i cui elementi superstiti sono sistemati nell'area archeologica, appaiono lavorate in modo da adattarsi alle dimensioni dei blocchi disponibili, infatti da un unico blocco sono stati ricavati base e fusto, o capitello e fusto, o il solo capitello. Raggiungevano l'altezza di m.5,95 tali colonne, che si componevano di una base attica, sormontata dal fusto liscio rastremato verso l'alto, che sorreggeva il capitello ionico schematico a quattro facce6, non rifinito. Il podio presenta il nucleo interno costruito a grandi blocchi squadrati (opera quadrata), il cui rivestimento esterno da forma al dado di base, con modanatura a gola diritta che incornicia la fascia centrale a grandi lastre con bordi di anaty-rosis per il perfetto accostamento, sulla quale aggetta la modanatura superiore a gola rovescia. Caratteristiche architettoniche simili sono presenti in numerosi edifici sacri noti nel territorio abitato in antico dai Sanniti Pentri e Carricini; tra questi il confronto più stringente anche per dimensioni si ritrova a Madonna dello Spineto di Quadri, dove al podio del tempio sannitico si sovrappongono i ruderi della chiesa di S.Maria. Tali costruzioni si configurano come espressioni della cultura ellenistica, che i mercatores italici hanno imparato ad apprezzare in occasione dei loro viaggi commerciali, mediate dall'ambiente campano da dove provenivano con molta attendibilità i progettisti e le maestranze specializzate. La mancata rifinitura dei capitelli non costituisce una prova dell'incompiutezza dell'opera, ma piuttosto è il risultato di una scelta da parte di chi ha privilegiato la funzionalità rispetto alla decorazione dell'elemento architettonico; una scelta formale per rivendicare un'autonomia espressiva del clima intellettuale e politico del momento. A riprova, del resto, della loro posa in opera è l'esemplare in pietra calcarea bianca, conservato nella cella del tempio minore, che riproduce in scala ridotta il capitello ionico del tempio maggiore, preso evidentemente a modello per una struttura al momento sconosciuta (un portico?). Durante i lavori di restauro, avendo rinvenuto nella connessura tra due lastre della pavimentazione del pronao 17 monete in bronzo che coprono un arco cronologico dal 217 a.C. al 253 d.C., non restano più dubbi circa il periodo di vita di questo tempio. Pertanto su questa base ci sì è già cimentati con un'ipotesi di ricostruzione, che qui si presenta leggermente corretta, in cui sono state poste in opera le terrecotte architettoniche che rivestivano le travi lignee orizzontali relative al sistema di copertura del tempio. Poiché dal riscontro metrico sono risultate le compatibilita delle terrecotte con le quattro facce col solo tempio minore e del fregio dorico con entrambi i templi, si è proceduto a ricollocare il fregio dorico nella sequenza dei triglifi alternati alle metope con teste di bue e con rosette a tre ordini di foglie sovrapposte (v.infra).

Il Tempio Minore
Nella seconda fase il santuario fu interessato da importanti lavori di ristrutturazione, che comportarono l'amplia mento del terrazzo verso monte per ospitare il secondo tempio, l'erezione nello spazio antistante di un altare coperto, la realizzazione di una pavimentazione a livello dell'ingresso al nuovo tempio, con la creazione di un sottofondo di balsamari e terrecotte architettoniche, la sostituzione delle terrecotte architettoniche del tempio esistente. Il tempio minore, costrui-to con murature in opera incerta (con l'impiego di blocchetti di pietre calcaree), privo di podio, a pianta rettangolare di m.7,40 x 13,30 ca., si presenta con pronao a quattro colonne in laterizio sulla fronte, con pavimento in opus spìcatum (mattoncini messi di taglio a spina di pesce), cella unica soprelevata a pianta quasi quadrata, con pareti interne intonacate e pavimento in signi-no rosso, decorato da tessere bianche disposte a formare un reticolo di losanghe inquadrate da tre tappeti, che delimitano i resti in muratura della base sulla quale era collocata la statua di culto della divinità. Presso la soglia campeggia l'iscrizione di tessere bianche, in parte danneggiata, che ricorda i nomi del magistrato eponimo Ni. Dekitiis M, e del costruttore: G. Paapis Mitileis. La trascrizione che ne da La Regina è la seguente (prima in osco): m.t. Ni. DekitiùdMi.[...]tlegù tanginùd //aaman(a)fed esfdùm prùfatted; ùpsed G Paapii(s) G, f.: poi tradotta in latino: meddìco tutico Numerio Decitio Minoti/... sententia fadundum curavit idem probavit; fecìt C. Papius C /., il cui testo in italiano è il seguente: "essendo meddix tuticus Numerio Decitio figlio di Minato per sentenza egli stesso fece costruire e collaudò; lo fece C, Papius figlio di Gaio". La conoscenza del nome del sommo magistrato eletto nell'anno, messo a confronto con l'elenco cronologico dei magistrati del popolo sanniti co, ricostruito da La Regina in base alle epigrafi che hanno restituito i nomi dei meddices lutici con i relativi patronimici, ha consentito di far risalire la costruzione dell'edificio agli inizi del I sec. a.C., immediatamente prima dello scoppio della guerra sociale.

Castiglione Messer Marino
Il Territorio
L'organizzazione arcaica del territorio, quantunque non ne siano del tutto evidenti le tracce, deve senza dubbio molto agli insediamenti italici come giustificherebbe la quasi contigua area templare di Schiavi e i ritrovamenti di alcuni bronzetti probabilmente votivi da una località prossima al Colle dell'Albero nel contiguo territorio di Roccaspinalveti (V. Furlani, 1987). Analoga considerazione può farsi in merito alla sopravvivenza di testimonianze indirette più che altro legate alla struttura fisica del territorio delimitato da confini ben precisi individuabili dalle valli delle sorgenti del Treste a nord-est,del Sinello a nord-ovest e del Sente a sud,demarcazione quest'ultima con la regione molisana e iserniate in dirczione di Agnone e Pietrabbondante. Sporadiche testimonianze, almeno a livello di presenza, sarebbero comunque documentabili in corrispondenza del Colle La Civita (M.T.Piccioli, 1992). In un territorio così ben circoscritto si innesta uno dei bracci trasversali del tratturo che proviene dall'interno e, attraverso Ateleta-Rosello, dal Tarea peligna. La circostanza non è di poco conto se si osserva l'insediamento cultuale italico, anche della vicina Schiavi, in rapporto al sistema tratturale che del territorio di Castiglione fa un'area di attraversamento. Benché sia oggi difficile stabilire dei nessi precisi tra certe tipologie agropastorali arcaiche sopravvissute e forme primitive di architettura spontanea, non c'è dubbio che la costruzione circolare a secco in pietra con copertura a zolle e architrave piatto derivi tipologicamente da prototipi che traggono la loro origine da forme simili tra le più remote della stessa cultura mediterranea. La sopravvivenza comunque ai margini delle aree tratturali di questi tipi costruttivi evidenziati lungo la S.S.86 ai margini settentrionali del Colle S.Silvestro nella località omonima,in Agrifoglio o sul versante meridionale in S. Lucia (E.Micati, 1992,M.C.Furlani, s.d.), testimoniano con altre sopravvivenze toponomastiche come La Civita del Monte La Civita di quest'uso arcaico del territorio. L'impianto tratturale di per se non esaurisce con i culti italici la sua funzione di importante infrastnittura di comunicazione con l'esterno ma, attraverso la riorganizzazione aragonese, semmai la potenzia sfruttandone le capacità implicite di fattore attivante, con gli scambi, anche dell'economia e del commercio. Basta qui richiamarsi al significato che doveva avere in questo senso l'area della Lupara che riuniva,sullo stesso sito,tre importantissime funzioni:quella di nodo di transito per l'attraversamento del tratturo,quello di area mercatale per la presenza di ben due fiere annuali estive,quindi ricadenti durante la stagione di utilizzo dei pascoli,e quella religiosa per la presenza del culto della Vergine del Monte. Nell'ambito di quella che sarà la Contea di Castiglione, titolo diviso con la vicina Schiavi (B.Candida-Gonzaga, 1876), nella conferma del 1497 a Tiberio Caracciolo e nella successiva del 1507 a Marino, all'interno della baronia di Monteferrante, il feudo viene definito Castello di Lupara disabitato (Arch. Caracc.,1954) e ancora ruderi sono segnalati nel disegno relativo alla divisione dei demani di Monteferrante del 1811 dislocandoli lungo il Vallone del Malpassaggio sulla destra della chiesa di S.Maria del Monte. Nella stessa zona, all'indica alla metà dell'area rilevata, insistevano pure i resti della chiesa di S.Croce indicando,insieme al più meridonale Rocca dell'Abate disabitato (Arch.Caracc., 1954),come questo territorio fosse stato nei secoli precedenti al XV caratterizzato da altri e scomparsi insediamenti situati tra Monteferrante e Castiglione a cavallo del percorso tratturale. In tal senso dovrebbe pure essere considerata la constatazione che lo stesso Castel Fraiano possa essere stato un insediamento medioevale poi scomparso (M.T. Piccioli,1992). L'importanza dell'area è pure specificata dal controllo che vi eserciterà,dopo la riorganizzazione territoriale aragonese, la casa di Santobono che ne aveva acquisito il possesso attraverso la baronia di Monteferrante e che resterà integra fino all'eversione feudale per poi essere divisa nel disegno dell'agrimensore Gianvincenzo Gizzi del 1811 tra il principe di Santobono, ossia il Caracciolo, e l'Università appunto di Monteferrante. Il fatto che si trattasse di area di demarcazione tra terre,per quanto in passato riunificate, comunque diverse, costituisce ancora oggi tema di contestazione su rettifiche e tracciati di confine. Altri tenitori già appartenuti al demanio feudale e oggetto di divisione furono il Colle dei Soldati e il bosco di abeti Torcineto situato alle sorgenti del Sente e delimitato dall'ex demanio pure feudale del Colle dei Soldati a nord,da quello comunale del Cerreto a est e dai confini delle terre di Agnone,Belmonte e confinante pure con l'ex feudo di Rocca dell'Abate a sud in una località che significativamente è ancora denominata il Crocevia. Di poco distante l'altro terreno disalberato del Colle dei Soldati confinante con i territorio di Rosello e di Roio ancora con il Cerreto e a sud con il bosco Torcineto.Quesl'ultimo doveva la sua importanza al fatto che fosse adiacente al tratture che proveniva da Roio e che si immetteva nella Lupara e risultasse per questo disboscato per essere adattato al pascolo e quindi sfruttato per le finanze erbacee. La Lupara era anche considerato dalla baronia luogo di svago con l'amena terricciola di Castiglione,divertimento nelle state del principe di Santo Buono Caracciolo gli abitanti della quale applican per lo più all'agricoltura (G.B. Pacichelli,Napoli 1703). Della stessa epoca,il 1811, il rilevamento dell'ex feudo di Rocca dell'Abate per le quote in lenimento di Belmonte e di Agnone e di quello di Selva Grande tutti sul territorio di Castiglione (Arch.Caracc.,Roma 1954,Pian.e Plat.nn.1,12). Il tracciato, che rientrava nel Tratturello Ateleta-Biferno (Rosello-Castiglione Messer Marino- Torrebruna-Celenza sul Trigno), era localmente gravato dai benefici del pascolo una parte dei quali risultavano,oltre che sulle rendite prima della baronia e poi dell'uni versila, anche intitolali alla Cappella del SS.Sacramento ospitata nella chiesa parrocchiale (P.Di Cicco-D.Muslo,1970). Se il iralluro ha certamente costituito una delle ragioni fondamenlali per l'organizzazione dello spazio aperto e soprattutto della campagna,non meno significativo sarà stato il contributo che ,a partire dall'alto medioevo, connoterà altre forme di riaggregazione della campagna relative soprattutto all'influenza germanica che tra Monlazzoli e la regione medio-collinare del Trigno, copriva quasi per intero quesia regione.
Anche qui come per la fase italica i segni non sono apparenti in senso fisico, ma comunque restano nell'uso di una toponimia ricca di termini da questa cultura mediati come il comunissimo Tracco dal longobardo trog (M.De Giovanni, 1986).
Più apparenti diventano invece le tracce culturali lasciate dalla tradizione monastica soprattutto riconducibile ,negli anni intorno al X-XI sec.,alle due chiese abbaziali di S.Maria della Noce a sud dell'abitato e del S.Salvatore ad est non a caso situata sulla stessa zona attraversata dal tratture e su cui insistono costruzioni arcaiche come quelle oggi in pietra a secco, senza tenere conto della chiesa di S.Maria del Monte (D.Litterio,1979). Alla riacquisizione sistematica dello spazio territoriale, seppure scaglionate nel tempo, sono anche riconducibili le numerose indicazioni relative a strutture ecclesiali minori e rurali da S,Lucia, S.Vittoria, S.Maria di Cretonne, S.Barbara, S.Egidio oggi identificative di altrettante contrade o fondi rustici e di un S.Ciriaco di cui fu fatto rettore nel luglio del 1590 certo Giovanni Maria (Arch.Caracc., 1954). Se la permanenza di indicazioni dettagliale può evidenziare l'uso dello spazio che si venne definendo tra il IX e l'XI sec., non meno specifici sembrano i riferimenti alla struttura insediativa che dai casali sparsi in un certo momento dovette scegliere la concentrazione urbana gettando le basi per la futura ruralizzazione delle altre aree. Tralasciando la possibilità che come insediamento Castiglione possa aver avuto la principale spinta al raggruppamento sottoforma di borgo fortificato intorno al XIV sec. sottoponendosi ad una struttura castellata almeno databile al secolo precedente (G.Chiarizia, 1990), sembra più probabile che esso in realtà fosse da considerarsi,come centro,già pienamente formato dai secoli precedenti e questo non tanto per l'uso del toponimo Castello,che privo di riferimenti linguistici o specificazioni terminologiche d'epoca longobarda,pare qui da riferire alle agglomerazioni sviluppatesi intorno al IX-XII sec. (L.Pellegrini,1990),quando invece per il ruolo che certamente l'abitato fortificato dovette avere rispetto alla riorganizzazione politica e militare angioina. Se in questo senso deve ritenersi esatta l'identificazione proposta del Castrum Castellionis de Marsi con l'abitato di Castiglione (L.Santoro,1990) e desunta dallo Sthamer (E.Sthamer, 1914-1926),detto castello risultava certamente amministrato dalla Regia Curia negli anni fino al 1269 per poi scomparire negli atti successivi (L.Santoro, 1982). All'epoca comunque,militarmente presidiato,manteneva una guarnigione costituita da uno scutifer e da quindici servientes dando così indirettamente l'esatta dimensione che la concentrazione urbana doveva all'epoca aver raggiunto. A ciò va pure riferita l'indicazione tratta dal Catalogus che dell'esistenza di Castellio documenta nel 1082 e poi nel 1260 appunto (E.Jamison, 1972) jaltro elemento che confermerebbe della presenza insediativa urbana negli anni compresi tra il X e il XII sec.. Nel 1269 infatti Castiglione apparteneva a Odorisio di Sangro figlio di Sinibaldo (G.V. Ciarlanti, 1823) mentre la dizione de Marsi dovrebbe riferirsi ai Conti de'Marsi fondatori di Castel di Sangro ,poi noti come Conti del Sarò, e presenti anche a Pietrabbondante come Donelli scambiando il nome con il cognome originario de'Marsi (G.B.Pacichelli,1703).
Il vero senso della presenza angioina sul territorio viene però evidenziato dal tentativo dì Carlo D'Angiò di francesizzare questa regione facendo ricorso all'affidamento dei feudi,come Celenza e Montazzoli, direttamente a dei tarasconensi,quindi provenzali.La sostituzione era importante anche per sradicare quelle alleanze che, risalendo ai tempi dei governi svevi, non erano del tutto assopite come i Sangro dimostravano. Catiglione in particolare era stata feudo di Roberto (o Robertuccio ) figlio di Bartolomeo de' Castellione che ne deteneva il possesso per una metà dividendolo con Galvano Lancia proveniente da una famiglia piemontese imparentata direttamente con Manfredi e che, come Gran Connestabile del Regno, poteva considerarsi personaggio di notevolissima importanza nell'ambito della politica sveva sul meridione (A.Clementi, 1990).E'per questo che le due parti di possesso passeranno,con gli angioini, a Pietro d'Alvernia,in realtà D'Aunay,e a Guglielmo de Cadenet dopo che ne era stato privato Sordello da Coito fedelissimo del D'Angiò e titolare anche di altri feudi tra cui Monteodorisio e Paglieta. Castiglione tuttavia si oppose alla francesizzazione con una resistenza tale che nell'aprile del 1269 Carlo D'Angiò fu costretto,prelevando forze dall'aquilano e dalla Marsica a lui fedeli,a far cingere d'assedio l'abitato che dunque a questa data doveva essere non solo certamente già definito ma anche cinto da efficienti sistemi murari se potè resistere per circa sei mesi finendo poi nelle mani del miles Erveo di Cahors per regalia regia. L'opposizione a Carlo D'Angiò perdurerà anche negli anni seguenti complicata dalla presa di posizione contro dì lui anche dei Sangro famiglia molto influente nella zona e probabilmente al dicembre del 1282 risale l'ordine di assediare di nuovo il castello che ospitava i ribelli (F.Palumbo, 1990). Con la normalizzazione aragonese e l'infeudazìone alla casa Caracciolo dopo il XV sec.la struttura urbana certamente avrà trovato ragioni per ulteriori sviluppi soprattutto dalla istituzione di quel ruolo tecnico-amministrativo e giudiziario,che diviso con il ducato di Celenza, ne farà uno dei luoghi più importanti dell'entratemi anche per la posizione centrale rispetto al feudo e che si conserverà integro fino al XIX sec. quando Castiglione,neH'ambito del Distretto di Vasto, deteneva la funzione di capoluogo di circondario su Roccaspinalveti, Fraine, Castelguidone e Schiavi (B.Mazzolici832). Della struttura arcaica così descritta del territorio rimangono tuttavia, come testimonianze molto mediate dal passato, altri tre fenomeni di un certo interesserà tipologia qui diffusa della copertura primitiva della casa quadrangola con lisce (lastre) di pietra non difforme eccessivamente come tipo e funzione dalle analoghe coperture dei ricoveri a secco pastorali del genere a tolos (M.Ortolani, 1961),il culto del S. Michele con tutte le sue ascendenze al cristianesimo delle origini e agli stessi culti precristiani (G. Sgattoni, 1979) a cui è intestata la stessa parrocchiale e infine quella formidabile testimonianza della società medioevale che era il mulino ad acqua,ultima espressione di quel diritto circondariale di banlieu che le signorie esercitavano attraverso anche i forni e le taverne e che fu alla base dell'organizzazione di banno dell'XI-XII sec. (J.Le Goff, 1981). Dell'antico retaggio feudale l' Università acquisì ,oltre al diritto sui terraggi, esercitato attraverso il compassaggio delle terre, anche la ghiandatica, ruso dei boschi passati al demanio e infine la gestione dei mulini passati alla collettività.
La loro manutenzione era soggetta a numerose opere fisse come il mantenimento del formale ossia del sistema di sbarramenti e riporti di sostegno del canale di alimentazione che era particolarmente soggetto a rovinarsi per la caratteristica dei corsi d'acqua a carattere torrentizio e quindi con portate variabili e spesso violente e dilavanti in inverno. La loro dislocazione territoriale, cadendo sui corsi d'acqua, finiva per interessare comunque,per la funzione di questi ultimi di confine naturale tra università, per interessare anche le comunità confinanti dando origine a contenziosi derivabili dall'uso comune. Castiglione aveva, come comunali, due mulini sul Sinello,uno alto e uno basso e due sul Treste, anch'essi uno alto e uno basso. La necessità di provvedere ad una funzione crescente con l'aumento della popolazione, e in particolare dopo la scomparsa del diritto feudale,portò comunque alla richiesta di aprire opifici anche da parte di privati.
Del febbraio del 1813 infatti è la richiesta di autorizzazione di Eliodoro Lonzi per la costruzione su una sua proprietà di un molino ad acqua nella contrada La Coltricina da alimentare con una sorgente ivi presente. L'acqua del Vallone della Coltricina sarà pure presa in esame come possibile sorgente di alimentazione nel 1837 del nuovo molino da costruire per sostituire quello del Sinello. Altro esempio di molino privato era quello appartenente a Francesco Paolo e Giuseppe Nicola Colapietro costruito nel 1822 e che venne documentato dalla perizia che Gioacchino Vassetta rimise nel settembre del 1839 in merito a contestazioni sorte sulle contigue attrezzature di altri due opifici,quello comunale a monte la cui casa era stata eretta nel 1826, e quello intermedio, già appartenuto al principe di San Buono, e su cui lo stesso esercitava il diritto di banno appartenuto al retaggio feudale. L'interesse della perizia è nell'evidenza che ne deriva sulla centralità dei molini feudali rispetto al territorio e il fatto che essi si situassero sempre in prossimità o all'incrocio di attraversamenti a cui facevano capo diverse comunità. Qui infatti la fabbrica è situata tra la strada della Cerratana ,che conduceva a Fraine e Roccaspinalveti, e quelle di Fonte dei Gamberi e della Ciufìòletta che portavano all'abitato di Castiglione (ibidem.Int.Aff.Com. b.238 per.23 settembre 1839). I mulini del Sinello infatti ,di cui uno risultava già riparato nel giugno del 1817 con una spesa prevista di 16.86 ducati dopo i danni provocati dall'inverno, spingeranno a valutare la possibilità di sostituire, dopo averlo riparato,anche per la distanza dall'abitato e per la natura franosa del terreno,almeno quello denominato Di Sotto con un altro da costruire nella vicina contrada La Mastrazza e alimentato oltre che dal valloncello della Coltricina appunto anche dalle acque del Trocco e del Fossato.
Venne per questo affidata nell'autunno di quell'anno 1837,una perizia di saggio, per valutare la fattibilità dell'opera, all'ingegnere Gaetano De Giorgio che allora era impegnato in zona per i lavori della strada Istonia in costruzione. Almeno uno dei due molini del Sinello comunque dovette sopravvivere fino al 1850 se nell'aprile del 1843 Sabatino Delizia rimetteva una perizia di 7.10 ducati per il suo ripristino e nel novembre del 1850 venivano ancora deliberate opere di manutenzione alla struttura. Per gli opifici del Treste,di cui il secondo, di sotto ,era anche noto come il Buttarello, nel maggio del 1826 si previde la ricostruzione con una spesa di 391.80 ducati necessari per rimetterli in efficienza e ancora di nuovo molino si parlerà nell'aprile del 1827 mentre nell'ottobre del 1829 le due attrezzature dovevano esser state già rimesse in efficienza se per tutte e due il restauro annuale prevedeva solo 25.19 ducati nella perizia dell'operaio Felice Sbrocco dell'ottobre del 1829 e una somma altrettanto modesta in quella successiva del marzo del 1830 di Adamo Lombardi. Ancora più modeste e chiaramente riferite a sole opere manutentive le somme impegnate nel settembre del 1834, pari a ducati 4.08 e 5.47, per ciascuno dei mulini.
Altre opere saranno preventivate per la riparazione del Buttarello con una spesa di 19 ducati nel maggio del 1850. Con la legge del 1° maggio 1816 intanto Castiglione e il suo territorio passeranno alla classe seconda insieme a Gissi con una popolazione inferiore ai 6000 abitanti e superiore a 3000 e un bilancio al di sotto dei 5000 ducati di rendita entrando a far parte, per questa quota, nella ripartizione dei 12846.40 ducati complessivi stanziati nel 1835,dai governi regi, per i ruoli di personale della pubblica amministrazione (G.DelRe,1835).

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