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Il Sistema Museale
Schiavi d'Abruzzo
Storia e Archeologia del Territorio
«Nei tempi dei tempi una vecchietta,
vedendo distrutta dalla guerra o dal terremoto
la sua grande città posta sul versante sinistro
del Sente alla confluenza col Trigno, e tenendo
nella mano sinistra una pignatta colma di
carboni accesi e nella destra la mano del
nipotino, unico parente rimastole dopo la triste
ora detta rovina della sua casa, con il fagotto
dei suoi rozzi panni sul tremolante capo,
s'incamminò un giorno verso la cima del monte...
Contenti del luogo molto vicino al cielo...cominciarono
a costruirsi una casetta... Dopo sì pesante
lavoro per essi, la vecchietta ravvivò il fuoco,
si sedette su un sasso nell'interno del ricetto
vicino alla porta e, cantando a bassa voce una
nenia popolare del tempo suo giovanile, cominciò
a rattoppare i calzoncini sdruciti del nipotino,
mentre il fanciullo, fuori la porta, cantava con
voce angelica un inno al sole e al monte e al
bosco e agli uccelli. Quel canto celestiale
attrasse sull'alta montagna alcuni pastori che
pascolavano il gregge nelle valli circostanti.
Innamorati anch'essi del bel luogo, posero le
loro mandre e loro abitazioni accanto al tugurio
della vecchietta. Qua sul monte boscoso rimasero
anche i loro discendenti; qui il numero delle
casette aumentò continuamente; qui si
moltiplicarono le famiglie per secoli»
La leggenda, riportata in un dattiloscritto del
1943 di Domenico Cimili, astrae con l'ingenuità
e la vaghezza della tradizione popolare una
verità che i dati archeologici sembrano
confermare: la "grande città", ricondotta nella
realtà storica, appare come un importante
insediamento nel basso versante sinistro del
Trigno, sviluppatesi nell'antichità nei pressi
dell'incrocio tra la direttrice valliva e quella
che da Trivento fino a qualche decennio orsono
raggiungeva Schiavi. Il percorso che dal Trigno
risaliva la montagna era costellato di rilevanti
presenze abitative, la cui storia è ancora da
definire. Come una sorta di spina dorsale del
territorio, l'antica mulattiera si inerpicava
diramandosi verso altri insediamenti, dei quali
rimangono ancora significative persistenze nelle
frazioni: il tutto delinea l'immagine di una
presenza umana raggruppata in piccoli nuclei
collegati alla "spina dorsale" a formare una
sorta di costellazione. La piana di San
Silvestro sembra essere il sito della "grande
città", un luogo dove la presenza umana è
attestata sin dal neolitico, ma che conosce il
momento di maggior sviluppo nella prima età
imperiale. Resta difficile, come nei casi di
seguito ricordati, stabilire l'eventuale
presenza e la consistenza di un insediamento
altomedievale, anche se numerosi elementi, tra i
quali una colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata
in una costruzione in loc. Taverna, spingono ad
ipotizzarvi l'esistenza di almeno una chiesa,
probabilmente dedicata a San Silvestro. La
complessità delle presenze nella Piana di San
Silvestro sembra essere il denominatore comune
degli altri siti archeologici nel territorio di
Schiavi. Numerosi interrogativi restano aperti
riguardo ad insediamenti come quelli riscontrati
a Badia e in località Torre: è possibile che
questi siti, dopo una florida fase antica siano
stati abbandonati per essere rioccupati solo nel XIII secolo? Sulla base di quanto l'archeologia
è riuscita a definire sul piano della cultura
materiale sembrerebbe proprio di si, ma
permangono seri dubbi, derivanti sia dal fatto
che le produzioni ceramiche altomedievali sono
poco riconoscibili, sia dalla probabilità che
allora si usassero oggetti di legno, dei quali
rimane in genere assolutamente nulla. Sporadiche
testimonianze del neolitico sono state
riscontrate nella Piana di San Silvestro e forse
Colle Casacco, mentre per la tarda età del
bronzo bisogna salire di quota, nei pressi di
Badia, alle pendici di Monte Pizzuto (1290 m.),
sulla cui sommità è stata identificata una
consistente presenza del bronzo finale. Forse,
ma il dato necessita di un maggiore
approfondimento, nello stesso periodo sono da
inquadrare alcuni frammenti di forme vascolari
rinvenuti sul rilievo conosciuto localmente con
il nome dì Montagna del Principe (1253-1268 m.).
La fine dell'età del bronzo - prima età del
ferro, precisamente, è rappresentata da alcune
sepolture rinvenute a sud-est dell'area
archeologica dei "Templi italici", dove sono
attestate anche presenze di età repubblicana e
primo imperiale (almeno fino al II sec. d.C.).
Sembrerebbe, quindi, che tra il X ed il IX sec.
a.C., la popolazione locale si sia spostata
dalle sommità dei rilievi nei terrazzi naturali
lungo le pendici, iniziando l'insediamento in
quel sito che forse da questo periodo, se non da
prima, inizia a svolgere una funzione sacrale
incentrata su una sorgente naturale. Ad ogni
modo, quel che è certo è che nel sito c'era un
insediamento sin dalla prima età del ferro, che
probabilmente continuò ad esistere ingrandendosi
a cominciare dal III sec. a.C, quando l'area
sacra si arricchì di una serie di strutture
monumentali in pietra, tra le quali primeggiava
il cosiddetto "Tempio maggiore". Dal IV sec.
a.C. l'area si organizzò secondo il sistema che
è stato definito "paganico-vicano", una sorta di
distretto (pagus) in cui gli insediamenti, di
piccole dimensioni, facevano riferimento ad un
santuario che assolveva, accanto alla funzione
religiosa, quelle amministrativa ed economica.
In località Torre, quindi, si formò un vicus, un
capoluogo di distretto che, a partire almeno da
III sec. a.C. traeva benefici dalle funzioni
svolte dal santuario. A sua volta il pagus, come
gli altri pagi del Sannio Pentro, faceva
riferimento ad un santuario di Stato,
identificato con quello ubicato nei pressi
dell'attuale Pietrabbondante. Quest'ultimo fu
abbandonato all'indomani della Guerra sociale
(91-89 a.C.), probabilmente per il forte ruolo
ideologico e politico svolto contro Roma, mentre
le strutture sacre in località Torre
continuarono a funzionare, seppur con importanza
sempre minore, fino al VI secolo, forse
assumendo i contenuti e le forme della religione
cristiana. Con l'acquisizione della cittadinanza
romana all'indomani della Guerra sociale, l'area
fu riorganizzata dal potere centrale secondo il
modello del municipium, il cui capoluogo fu
fissato nella città di Terventum, a sua volta
compreso nella Regio IV (Sabina et Samnium) ed
ascritto alla tribù Voltinia. In tale contesto
l'organizzazione del territorio non subì grandi
variazioni, anzi molti insediamenti ricevettero
un nuovo impulso, come dimostrano le numerose
testimonianze presenti nella Piana di San
Silvestro, nelle località Torre e Canale, a
Badia, a Taverna, a Cannavina, a Casali. Proprio
da Casali e da Cannavina provengono due epìgrafi
che hanno permesso dì ascrivere il territorio di
Schiavi e dei paesi limitrofi sotto la
competenza amministrativa di Terventum": un
ulteriore tassello che aiuta a definire gli
ambiti territoriali municipali dell'area
medioadriatica come sostanzialmente coincidenti
con i confini storici delle diocesi.
Dall'analisi delle altre testimonianze
epigrafiche, è possibile per grandi linee
ricostruire un quadro storico in cui molti
personaggi residenti nel territorio attuale di
Schiavi svolsero un ruolo di primaria importanza
in ambito municipale. La distribuzione degli
insediamenti nell'antichità, quindi, non
differisce di molto rispetto a quella odierna:
fanno eccezione la Piana di San Silvestro e
località Torre, attualmente disabitate. Le
testimonianze archeologi e he riconoscibili
sembrano arrivare fino al VI secolo d. C., per
riprendere nel XIII secolo: fa eccezione la
colonnina (IX-XI secolo) riutilizzata
all'esterno di un'abitazione a Taverna, che la
tradizione fa provenire dalla Piana di San
Silvestro. Se le fonti materiali tacciono,
quelle documentarie contengono alcuni dati
importanti per la definizione del quadro
territoriale nel medioevo. Il territorio risenti
fortemente della sua posizione, soprattutto dei
drammatici conflitti che in genere hanno animato
e prostrato le zone di confine: infatti, dopo la
conquista franca dell'Abruzzo costiero a Sud del
fiume Pescara a cavallo tra l'VIII ed il IX
secolo, l'area rimase all'interno del ducato di
Benevento, immediatamente alle spalle del
confine con il ducato di Spoleto, fissato
ricalcando i limiti territoriali della diocesi
dì Trivento. Qui, lungo il Trigno, fu bloccata
l'avanzata verso Benevento dell'esercito franco
agli inizi del IX secolo. Trivento fu poi
assediata intorno alla metà del IX secolo dal
duca beneventano Adelchi, nell'ambito di una
serie di ribellioni
che accompagnarono prima e dopo la divisione del
principato tra Salerno e Benevento, termalmente
sancita nell'849. La situazione divenne calda di
nuovo nella seconda metà del X secolo, quando
Trivento rivendicò, ottenendola, l'autonomia
religiosa e politica, divenendo sede episcopale
e di contea. La riorganizzazione del principato
a favore delle istanze autonomisti-che locali fu
una conseguenza anche della serie di minacce
esterne, che per l'area in questione fu
rappresentata dai Borrello, originari di
Pietrabbondante. Tra le conseguenze del
conflitto tra i conti di Trivento e i Borrello
vanno annoverati almeno quattro fenomeni:
1) II saccheggio del territorio: nel 1001 la
chiesa dì San Silvestro ricevette una donazione
fondiaria da Mainerio conte di Trivento per
riparare i danni causati dalla guerra;
2) II probabile utilizzo di mercenari slavi: i
documenti che menzionano Schiavi risalgono
proprio a quest'epoca, quando in diverse zone
dell'Italia meridionale si ricorse ai mercenari
slavi per far fronte al continuo stato di
conflitto;
3) L'incastellamento: nascono insediamenti
accentrati come, ad esempio, Calcasaccum,
menzionato per la prima volta nel 1077 e ubicato
sulla sommità di Colle Casacco. Oltre alla
funzione difensiva e di controllo territoriale,
l'incastellamento assunse un ruolo fondamentale
nella riorganizzazione dello sfruttamento
agricolo del territorio.
4) La nascita di monasteri: come Santa Maria in
Valle Rotana, Santa Maria della Noce presso
Belmonte, San Salvatore nel territorio di
Castiglione. I ruderi di Santa Maria si trovano
nei pressi di Badia: da essi proviene
l'iscrizione murata all'esterno della chiesa
della Madonna delle Grazie, che menziona un
restauro finanziato da Oderisio de Sangro nel
1257. La successiva conquista normanna trasformò
di nuovo l'area in uno dei teatri delle
operazioni belliche che si ripresentarono
all'indomani della morte di Federico II, quando
i Borrello/de Sangro, signori dell'area, si
schierarono dalla parte del Papa: proprio a
quest'epoca, per la precisione dal XIII secolo,
risalgono le testimonianze sicure di
insediamenti a Colle Casacco, a Badia, nelle
località Torre e San Giovanni. Se le fonti
menzionano con certezza l'esistenza di
Calcasaccum e di Santa Maria In valle Rotana
dall'XI secolo, significa che
molto,probabilmente non siamo ancora in grado di
leggere i segni della cultura materiale
dell'epoca o per ignoranza o perché i "reperti"
non sono giunti sono a noi in quanto di
materiale deperibile. Calcasaccum fu abbandonato
nel corso del XV secolo13 ed il suo tenimentum
confluì in quello schiavese, costituendone
l'attuale assetto amministrativo-territoriale.
La leggenda della vecchietta e del nipotino
appare alla fine sotto una luce nuova, come una
sorta di allegoria che condensa nelle forme
dell'ingenua fantasia una storia che ha avuto e
che ha tuttora la sua spina dorsale nel percorso
fondovalle-montagna che attraversa il territorio
di Schiavi. Il Tempio Maggiore
Tra la fine del
III e gli inizi del II
secolo a.C., al centro dell'area sacra che venne
pavimentata con lastre rettangolari di arenaria
grigia poste longitudinalmente, venne eretto il
tempio "maggiore", architettonicamente
riconducibile alla tipologia etrusco-italica,
che si caratterizza per l'alto podio, l'accesso
frontale, il pronao e la cella unica. Del tempio
rimane il podio in pietra calcarea locale, di m.
21 di lunghezza, di m. 11 di larghezza e di m.
1,79 di altezza, nella parte anteriore del quale
è incassata tra due ali la scalinata; nelle
lastre di pavimentazione del pronao sono ben
visibili i segni della lavorazione per l'imposta
delle colonne: quattro sulla fronte e due in
corrispondenza delle pareti laterali della cella
(ante). La cella, quasi quadrata, misurava m.7,33
di larghezza x m. 6,73 di profondità. Le
colonne, i cui elementi superstiti sono
sistemati nell'area archeologica, appaiono
lavorate in modo da adattarsi alle dimensioni
dei blocchi disponibili, infatti da un unico
blocco sono stati ricavati base e fusto, o
capitello e fusto, o il solo capitello.
Raggiungevano l'altezza di m.5,95 tali colonne,
che si componevano di una base attica,
sormontata dal fusto liscio rastremato verso
l'alto, che sorreggeva il capitello ionico
schematico a quattro facce6, non rifinito. Il
podio presenta il nucleo interno costruito a
grandi blocchi squadrati (opera quadrata), il
cui rivestimento esterno da forma al dado di
base, con modanatura a gola diritta che
incornicia la fascia centrale a grandi lastre
con bordi di anaty-rosis per il perfetto
accostamento, sulla quale aggetta la modanatura
superiore a gola rovescia. Caratteristiche
architettoniche simili sono presenti in numerosi
edifici sacri noti nel territorio abitato in
antico dai Sanniti Pentri e Carricini; tra
questi il confronto più stringente anche per
dimensioni si ritrova a Madonna dello Spineto di
Quadri, dove al podio del tempio sannitico si
sovrappongono i ruderi della chiesa di S.Maria.
Tali costruzioni si configurano come espressioni
della cultura ellenistica, che i mercatores
italici hanno imparato ad apprezzare in
occasione dei loro viaggi commerciali, mediate
dall'ambiente campano da dove provenivano con
molta attendibilità i progettisti e le
maestranze specializzate. La mancata rifinitura
dei capitelli non costituisce una prova
dell'incompiutezza dell'opera, ma piuttosto è il
risultato di una scelta da parte di chi ha
privilegiato la funzionalità rispetto alla
decorazione dell'elemento architettonico; una
scelta formale per rivendicare un'autonomia
espressiva del clima intellettuale e politico
del momento. A riprova, del resto, della loro
posa in opera è l'esemplare in pietra calcarea
bianca, conservato nella cella del tempio
minore, che riproduce in scala ridotta il
capitello ionico del tempio maggiore, preso
evidentemente a modello per una struttura al
momento sconosciuta (un portico?). Durante
i
lavori di restauro, avendo rinvenuto nella connessura tra due lastre della pavimentazione
del pronao 17 monete in bronzo che coprono un
arco cronologico dal 217 a.C. al 253 d.C., non
restano più dubbi circa il periodo di vita di
questo tempio. Pertanto su questa base ci sì è
già cimentati con un'ipotesi di ricostruzione,
che qui si presenta leggermente corretta, in cui
sono state poste in opera le terrecotte
architettoniche che rivestivano le travi lignee
orizzontali relative al sistema di copertura del
tempio. Poiché dal riscontro metrico sono
risultate le compatibilita delle terrecotte con
le quattro facce col solo tempio minore e del
fregio dorico con entrambi i templi, si è
proceduto a ricollocare il fregio dorico nella
sequenza dei triglifi alternati alle metope con
teste di bue e con rosette a tre ordini di
foglie sovrapposte (v.infra). Il Tempio
Minore
Nella seconda fase il santuario fu interessato
da importanti lavori di ristrutturazione, che
comportarono l'amplia mento del terrazzo verso
monte per ospitare il secondo tempio, l'erezione
nello spazio antistante di un altare coperto, la
realizzazione di una pavimentazione a livello
dell'ingresso al nuovo tempio, con la creazione
di un sottofondo di balsamari e terrecotte
architettoniche, la sostituzione delle
terrecotte architettoniche del tempio esistente.
Il tempio minore, costrui-to con murature in
opera incerta (con l'impiego di blocchetti di
pietre calcaree), privo di podio, a pianta
rettangolare di m.7,40 x 13,30 ca., si presenta
con pronao a quattro colonne in laterizio sulla
fronte, con pavimento in opus spìcatum (mattoncini
messi di taglio a spina di pesce), cella unica
soprelevata a pianta quasi quadrata, con pareti
interne intonacate e pavimento in signi-no
rosso, decorato da tessere bianche disposte a
formare un reticolo di losanghe inquadrate da
tre tappeti, che delimitano i resti in muratura
della base sulla quale era collocata la statua
di culto della divinità.
Presso la soglia
campeggia l'iscrizione di tessere bianche, in
parte danneggiata, che ricorda i nomi del
magistrato eponimo Ni. Dekitiis M, e del
costruttore: G. Paapis Mitileis. La trascrizione
che ne da La Regina è la seguente (prima in osco):
m.t. Ni. DekitiùdMi.[...]tlegù tanginùd //aaman(a)fed
esfdùm prùfatted; ùpsed G Paapii(s) G, f.: poi
tradotta in latino: meddìco tutico Numerio
Decitio Minoti/... sententia fadundum curavit
idem probavit; fecìt C. Papius C /., il cui
testo in italiano è il seguente: "essendo meddix
tuticus Numerio Decitio figlio di Minato per
sentenza egli stesso fece costruire e
collaudò; lo fece C, Papius figlio di Gaio". La
conoscenza del nome del sommo magistrato eletto nell'anno, messo a confronto con l'elenco
cronologico dei magistrati del popolo sanniti co,
ricostruito da La Regina in base alle epigrafi
che hanno restituito i nomi dei meddices lutici
con i relativi patronimici, ha consentito di far
risalire la costruzione dell'edificio agli inizi
del I sec. a.C., immediatamente prima dello
scoppio della guerra sociale.
Castiglione Messer Marino
Il Territorio
L'organizzazione arcaica del territorio,
quantunque non ne siano del tutto evidenti le
tracce, deve senza dubbio molto agli insediamenti
italici come giustificherebbe la quasi contigua
area templare di Schiavi e i ritrovamenti di
alcuni bronzetti probabilmente votivi da una
località prossima al Colle dell'Albero nel
contiguo territorio di Roccaspinalveti (V. Furlani, 1987).
Analoga considerazione può farsi in merito alla
sopravvivenza di testimonianze indirette più che
altro legate alla struttura fisica del
territorio delimitato da confini ben precisi
individuabili dalle valli delle sorgenti del Treste a nord-est,del Sinello a nord-ovest e del
Sente a sud,demarcazione quest'ultima con la
regione molisana e iserniate in dirczione di
Agnone e Pietrabbondante. Sporadiche
testimonianze, almeno a livello di presenza,
sarebbero comunque documentabili in
corrispondenza del Colle La Civita (M.T.Piccioli,
1992).
In un territorio così ben circoscritto si
innesta uno dei bracci trasversali del tratturo
che proviene dall'interno e, attraverso Ateleta-Rosello, dal Tarea peligna. La circostanza
non è di poco conto se si osserva l'insediamento
cultuale italico, anche della vicina Schiavi, in
rapporto al sistema tratturale che del
territorio di Castiglione fa un'area di
attraversamento. Benché sia oggi difficile
stabilire dei nessi precisi tra certe tipologie
agropastorali arcaiche sopravvissute e forme
primitive di architettura spontanea, non c'è
dubbio che la costruzione circolare a secco in
pietra con copertura a zolle e architrave piatto
derivi tipologicamente da prototipi che traggono
la loro origine da forme simili tra le più
remote della stessa cultura mediterranea. La
sopravvivenza comunque ai margini delle aree
tratturali di questi tipi costruttivi
evidenziati lungo la S.S.86 ai margini
settentrionali del Colle S.Silvestro nella
località omonima,in Agrifoglio o sul versante
meridionale in S. Lucia (E.Micati, 1992,M.C.Furlani,
s.d.), testimoniano con altre sopravvivenze
toponomastiche come La Civita del Monte La
Civita di quest'uso arcaico del territorio.
L'impianto tratturale di per se non esaurisce
con i culti italici la sua funzione di
importante infrastnittura di comunicazione con
l'esterno ma, attraverso la riorganizzazione
aragonese, semmai la potenzia sfruttandone le
capacità implicite di fattore attivante, con gli
scambi, anche dell'economia e del commercio.
Basta qui richiamarsi al significato che doveva
avere in questo senso l'area della Lupara che
riuniva,sullo stesso sito,tre importantissime
funzioni:quella di nodo di transito per
l'attraversamento del tratturo,quello di area
mercatale per la presenza di ben due fiere
annuali estive,quindi ricadenti durante la
stagione di utilizzo dei pascoli,e quella
religiosa per la presenza del culto della
Vergine del Monte. Nell'ambito di quella che
sarà la Contea di Castiglione, titolo diviso con
la vicina Schiavi (B.Candida-Gonzaga,
1876), nella conferma del 1497 a Tiberio Caracciolo e nella successiva del 1507 a
Marino, all'interno della baronia di Monteferrante, il feudo viene definito Castello
di Lupara disabitato (Arch. Caracc.,1954) e
ancora ruderi sono segnalati nel disegno
relativo alla divisione dei demani di
Monteferrante del 1811
dislocandoli lungo il Vallone del Malpassaggio
sulla destra della chiesa di S.Maria del Monte. Nella
stessa zona, all'indica alla metà dell'area
rilevata, insistevano pure i resti della chiesa
di S.Croce indicando,insieme al più meridonale
Rocca dell'Abate disabitato (Arch.Caracc.,
1954),come questo territorio fosse stato nei
secoli precedenti al XV caratterizzato da altri
e scomparsi insediamenti situati tra
Monteferrante e Castiglione a cavallo del
percorso tratturale. In tal senso dovrebbe pure
essere considerata la constatazione che lo
stesso Castel Fraiano possa essere stato un
insediamento medioevale poi scomparso (M.T.
Piccioli,1992). L'importanza dell'area è pure
specificata dal controllo che vi eserciterà,dopo
la riorganizzazione territoriale aragonese, la
casa di Santobono che ne aveva acquisito il
possesso attraverso la baronia di Monteferrante
e che resterà integra fino all'eversione feudale
per poi essere divisa nel disegno
dell'agrimensore Gianvincenzo Gizzi del 1811 tra
il principe di Santobono, ossia il Caracciolo, e
l'Università appunto di Monteferrante. Il fatto che si
trattasse di area di demarcazione tra terre,per
quanto in passato riunificate, comunque diverse,
costituisce ancora oggi tema di contestazione su
rettifiche e tracciati di confine. Altri
tenitori già appartenuti al demanio feudale e
oggetto di divisione furono il Colle dei Soldati
e il bosco di abeti Torcineto situato alle
sorgenti del Sente e delimitato dall'ex demanio
pure feudale del Colle dei Soldati a nord,da
quello comunale del Cerreto a est e dai confini
delle terre di Agnone,Belmonte e confinante pure
con l'ex feudo di Rocca dell'Abate a sud in una
località che significativamente è ancora
denominata il Crocevia. Di poco distante l'altro
terreno disalberato del Colle dei Soldati
confinante con i territorio di Rosello e di Roio
ancora con il Cerreto e a sud con il bosco Torcineto.Quesl'ultimo
doveva la sua importanza al fatto che fosse
adiacente al tratture che proveniva da Roio e
che si immetteva nella Lupara e risultasse per
questo disboscato per essere adattato al pascolo
e quindi sfruttato per le finanze erbacee. La Lupara era anche considerato
dalla baronia luogo di svago con l'amena terricciola di Castiglione,divertimento nelle
state del principe di Santo Buono Caracciolo gli
abitanti della quale applican per lo più
all'agricoltura (G.B. Pacichelli,Napoli 1703).
Della stessa epoca,il 1811, il rilevamento
dell'ex feudo di Rocca dell'Abate per le quote
in lenimento di Belmonte e di Agnone e di quello
di Selva Grande tutti sul territorio di
Castiglione (Arch.Caracc.,Roma 1954,Pian.e
Plat.nn.1,12). Il tracciato, che rientrava nel Tratturello Ateleta-Biferno (Rosello-Castiglione
Messer Marino- Torrebruna-Celenza sul Trigno),
era localmente gravato dai benefici del pascolo
una parte dei quali risultavano,oltre che sulle
rendite prima della baronia e poi dell'uni
versila, anche intitolali alla Cappella del
SS.Sacramento ospitata nella chiesa parrocchiale
(P.Di Cicco-D.Muslo,1970). Se il iralluro ha
certamente costituito una delle ragioni
fondamenlali per l'organizzazione dello spazio
aperto e soprattutto della campagna,non meno
significativo sarà stato il contributo che ,a
partire dall'alto medioevo, connoterà altre
forme di riaggregazione della campagna relative
soprattutto all'influenza germanica che tra
Monlazzoli e la regione medio-collinare del
Trigno, copriva quasi per intero quesia regione.
Anche qui come per la fase italica i segni non
sono apparenti in senso fisico, ma comunque
restano nell'uso di una toponimia ricca di
termini da questa cultura mediati come il
comunissimo Tracco dal longobardo trog (M.De
Giovanni, 1986).
Più apparenti diventano invece le tracce
culturali lasciate dalla tradizione monastica
soprattutto riconducibile ,negli anni intorno al
X-XI sec.,alle due chiese abbaziali di S.Maria
della Noce a sud dell'abitato e del S.Salvatore
ad est non a caso situata sulla stessa zona
attraversata dal tratture e su cui insistono
costruzioni arcaiche come quelle oggi in pietra
a secco, senza tenere conto della chiesa di
S.Maria del Monte (D.Litterio,1979). Alla
riacquisizione sistematica dello spazio
territoriale, seppure scaglionate nel tempo,
sono anche riconducibili le numerose indicazioni
relative a strutture ecclesiali minori e rurali
da S,Lucia, S.Vittoria, S.Maria di Cretonne, S.Barbara,
S.Egidio oggi identificative di altrettante
contrade o fondi rustici e di un S.Ciriaco di
cui fu fatto rettore nel luglio del 1590 certo
Giovanni Maria (Arch.Caracc., 1954). Se la
permanenza di indicazioni dettagliale può
evidenziare l'uso dello spazio che si venne
definendo tra il IX e l'XI sec., non meno
specifici sembrano i riferimenti alla struttura insediativa che dai casali sparsi in un certo
momento dovette scegliere la concentrazione
urbana gettando le basi per la futura
ruralizzazione delle altre aree. Tralasciando la
possibilità che come insediamento Castiglione
possa aver avuto la principale spinta al
raggruppamento sottoforma di borgo fortificato
intorno al XIV sec. sottoponendosi ad una
struttura castellata almeno databile al secolo
precedente (G.Chiarizia, 1990), sembra più
probabile che esso in realtà fosse da
considerarsi,come centro,già pienamente formato
dai secoli precedenti e questo non tanto per
l'uso del toponimo Castello,che privo di
riferimenti linguistici o specificazioni
terminologiche d'epoca longobarda,pare qui da
riferire alle agglomerazioni sviluppatesi
intorno al IX-XII sec. (L.Pellegrini,1990),quando
invece per il ruolo che certamente l'abitato
fortificato dovette avere rispetto alla
riorganizzazione politica e militare angioina.
Se in questo senso deve ritenersi esatta
l'identificazione proposta del Castrum
Castellionis de Marsi con l'abitato di
Castiglione (L.Santoro,1990) e desunta dallo
Sthamer (E.Sthamer, 1914-1926),detto castello
risultava certamente amministrato dalla Regia
Curia negli anni fino al 1269 per poi scomparire
negli atti successivi (L.Santoro, 1982).
All'epoca comunque,militarmente
presidiato,manteneva una guarnigione costituita
da uno scutifer e da quindici servientes dando
così indirettamente l'esatta dimensione che la
concentrazione urbana doveva all'epoca aver
raggiunto. A ciò va pure riferita l'indicazione
tratta dal Catalogus che dell'esistenza di
Castellio documenta nel 1082 e poi nel 1260
appunto (E.Jamison, 1972) jaltro elemento che
confermerebbe della presenza insediativa urbana
negli anni compresi tra il X e il XII sec.. Nel
1269 infatti Castiglione apparteneva a Odorisio
di Sangro figlio di Sinibaldo (G.V. Ciarlanti,
1823) mentre la dizione de Marsi dovrebbe
riferirsi ai Conti de'Marsi fondatori di Castel
di Sangro ,poi noti come Conti del Sarò, e
presenti anche a Pietrabbondante come Donelli
scambiando il nome con il cognome originario de'Marsi
(G.B.Pacichelli,1703).
Il vero senso della presenza angioina sul
territorio viene però evidenziato dal tentativo
dì Carlo D'Angiò di francesizzare questa regione
facendo ricorso all'affidamento dei feudi,come
Celenza e Montazzoli, direttamente a dei
tarasconensi,quindi provenzali.La sostituzione
era importante anche per sradicare quelle
alleanze che, risalendo ai tempi dei governi
svevi, non erano del tutto assopite come i
Sangro dimostravano. Catiglione in particolare
era stata feudo di Roberto (o Robertuccio )
figlio di Bartolomeo de' Castellione che ne
deteneva il possesso per una metà dividendolo
con Galvano Lancia proveniente da una famiglia
piemontese imparentata direttamente con Manfredi
e che, come Gran Connestabile del Regno, poteva
considerarsi personaggio di notevolissima
importanza nell'ambito della politica sveva sul
meridione (A.Clementi, 1990).E'per questo che le
due parti di possesso passeranno,con gli angioini, a Pietro d'Alvernia,in realtà D'Aunay,e
a Guglielmo de Cadenet dopo che ne era stato
privato Sordello da Coito fedelissimo del D'Angiò
e titolare anche di altri feudi tra cui
Monteodorisio e Paglieta. Castiglione tuttavia
si oppose alla francesizzazione con una
resistenza tale che nell'aprile del 1269 Carlo
D'Angiò fu costretto,prelevando forze
dall'aquilano e dalla Marsica a lui fedeli,a far
cingere d'assedio l'abitato che dunque a questa
data doveva essere non solo certamente già
definito ma anche cinto da efficienti sistemi
murari se potè resistere per circa sei mesi
finendo poi nelle mani del miles Erveo di Cahors
per regalia regia. L'opposizione a Carlo D'Angiò
perdurerà anche negli anni seguenti complicata
dalla presa di posizione contro dì lui anche dei
Sangro famiglia molto influente nella zona e
probabilmente al dicembre del 1282 risale
l'ordine di assediare di nuovo il castello che
ospitava i ribelli (F.Palumbo, 1990). Con la
normalizzazione aragonese e l'infeudazìone alla
casa Caracciolo dopo il XV sec.la struttura
urbana certamente avrà trovato ragioni per
ulteriori sviluppi soprattutto dalla istituzione
di quel ruolo tecnico-amministrativo e
giudiziario,che diviso con il ducato di Celenza, ne
farà uno dei luoghi più importanti
dell'entratemi anche per la posizione centrale
rispetto al feudo e che si conserverà integro
fino al XIX sec. quando Castiglione,neH'ambito
del Distretto di Vasto, deteneva la funzione di
capoluogo di circondario su Roccaspinalveti, Fraine, Castelguidone
e Schiavi (B.Mazzolici832). Della struttura
arcaica così descritta del territorio rimangono
tuttavia, come testimonianze molto mediate dal
passato, altri tre fenomeni di un certo
interesserà tipologia qui diffusa della
copertura primitiva della casa quadrangola con
lisce (lastre) di pietra non difforme
eccessivamente come tipo e funzione dalle
analoghe coperture dei ricoveri a secco
pastorali del genere a tolos (M.Ortolani, 1961),il
culto del S. Michele con tutte le sue ascendenze
al cristianesimo delle origini e agli stessi
culti precristiani (G. Sgattoni, 1979) a cui è
intestata la stessa parrocchiale e infine quella
formidabile testimonianza della società
medioevale che era il mulino ad acqua,ultima
espressione di quel diritto circondariale di
banlieu che le signorie esercitavano attraverso
anche i forni e le taverne e che fu alla base
dell'organizzazione di banno dell'XI-XII sec. (J.Le
Goff, 1981). Dell'antico retaggio feudale l'
Università acquisì ,oltre al diritto sui terraggi, esercitato attraverso il compassaggio
delle terre, anche la ghiandatica, ruso dei boschi
passati al demanio e infine la gestione dei
mulini passati alla collettività.
La loro manutenzione era soggetta a numerose
opere fisse come il mantenimento del formale
ossia del sistema di sbarramenti e riporti di
sostegno del canale di alimentazione che era
particolarmente soggetto a rovinarsi per la
caratteristica dei corsi d'acqua a carattere
torrentizio e quindi con portate variabili e
spesso violente e dilavanti in inverno. La loro
dislocazione territoriale, cadendo sui corsi
d'acqua, finiva per interessare comunque,per la
funzione di questi ultimi di confine naturale
tra università, per interessare anche le
comunità confinanti dando origine a contenziosi
derivabili dall'uso comune. Castiglione aveva,
come comunali, due mulini sul Sinello,uno alto e
uno basso e due sul Treste, anch'essi uno alto e
uno basso. La necessità di provvedere ad una
funzione crescente con l'aumento della
popolazione, e in particolare dopo la scomparsa
del diritto feudale,portò comunque alla
richiesta di aprire opifici anche da parte di
privati.
Del febbraio del 1813 infatti è la richiesta di
autorizzazione di Eliodoro Lonzi per la
costruzione su una sua proprietà di un molino ad
acqua nella contrada La Coltricina da alimentare
con una sorgente ivi presente. L'acqua del Vallone della
Coltricina sarà pure presa in esame come
possibile sorgente di alimentazione nel 1837 del
nuovo molino da costruire per sostituire quello
del Sinello. Altro esempio di molino privato era
quello appartenente a Francesco Paolo e Giuseppe
Nicola Colapietro costruito nel 1822 e che venne
documentato dalla perizia che Gioacchino
Vassetta rimise nel settembre del 1839 in merito
a contestazioni sorte sulle contigue
attrezzature di altri due opifici,quello
comunale a monte la cui casa era stata eretta
nel 1826, e quello intermedio, già appartenuto
al principe di San Buono, e su cui lo stesso
esercitava il diritto di banno appartenuto al
retaggio feudale. L'interesse della perizia è
nell'evidenza che ne deriva sulla centralità dei
molini feudali rispetto al territorio e il fatto
che essi si situassero sempre in prossimità o
all'incrocio di attraversamenti a cui facevano
capo diverse comunità. Qui infatti la fabbrica è
situata tra la strada della Cerratana ,che
conduceva a Fraine e Roccaspinalveti, e quelle
di Fonte dei Gamberi e della Ciufìòletta che
portavano all'abitato di Castiglione (ibidem.Int.Aff.Com.
b.238 per.23 settembre 1839). I mulini del
Sinello infatti ,di cui uno risultava già
riparato nel giugno del 1817 con una spesa
prevista di 16.86 ducati dopo i danni provocati
dall'inverno, spingeranno a valutare la
possibilità di sostituire, dopo averlo
riparato,anche per la distanza dall'abitato e
per la natura franosa del terreno,almeno quello
denominato Di Sotto con un altro da costruire
nella vicina contrada La Mastrazza e alimentato
oltre che dal valloncello della Coltricina
appunto anche dalle acque del Trocco e del
Fossato.
Venne per questo affidata nell'autunno di quell'anno
1837,una perizia di saggio, per valutare la
fattibilità dell'opera, all'ingegnere Gaetano De
Giorgio che allora era impegnato in zona per i
lavori della strada Istonia in costruzione. Almeno uno dei due
molini del Sinello comunque dovette sopravvivere
fino al 1850 se nell'aprile del 1843 Sabatino
Delizia rimetteva una perizia di 7.10 ducati per
il suo ripristino e nel novembre del 1850
venivano ancora deliberate opere di manutenzione
alla struttura. Per
gli opifici del Treste,di cui il secondo, di
sotto ,era anche noto come il Buttarello, nel
maggio del 1826 si previde la ricostruzione con
una spesa di 391.80 ducati necessari per
rimetterli in efficienza e ancora di nuovo
molino si parlerà nell'aprile del 1827 mentre
nell'ottobre del 1829 le due attrezzature
dovevano esser state già rimesse in efficienza
se per tutte e due il restauro annuale prevedeva
solo 25.19 ducati nella perizia dell'operaio
Felice Sbrocco dell'ottobre del 1829 e una somma
altrettanto modesta in quella successiva del
marzo del 1830 di Adamo Lombardi. Ancora più modeste e chiaramente
riferite a sole opere manutentive le somme
impegnate nel settembre del 1834, pari a ducati
4.08 e 5.47, per ciascuno dei mulini.
Altre opere saranno preventivate per la
riparazione del Buttarello con una spesa di 19
ducati nel maggio del 1850. Con la legge del 1° maggio
1816 intanto Castiglione e il suo territorio
passeranno alla classe seconda insieme a Gissi
con una popolazione inferiore ai 6000 abitanti e
superiore a 3000 e un bilancio al di sotto dei
5000 ducati di rendita entrando a far parte, per
questa quota, nella ripartizione dei 12846.40
ducati complessivi stanziati nel 1835,dai
governi regi, per i ruoli di personale della
pubblica amministrazione (G.DelRe,1835). |